ELIS VILLAVERDE
In O sei matto o sei morto, progetto che prende il nome da un frase pronunciata da Iaiowsky - un giovane artista popolare all’interno della Cavallerizza - ho voluto raccontare questo luogo stando a stretto contatto con le persone che lo vivono quotidianamente.
Con questo progetto cerco di trasmettere un senso di mistero, lo stesso che si prova in questo luogo.
Anche se non ero mai entrata all’interno dell’edificio, ho trovato conferma nella prima percezione che ho avuto osservandolo dall’esterno. La curiosità ha ben presto lasciato il posto al fascino, e man mano che ne ho conosciuto i meandri ne sono rimasta sempre più meravigliata per la particolarità dei dettagli ma anche per la personalità e la storie delle persone che lì vi ho conosciuto.
“A stare qui diventi un personaggio, o sei matto o sei morto alla Cavallerizza” mi disse Iaiowski, ed è grazie alle sue parole che questo lavoro prende forma, esplorando il luogo come un posto enigmatico - a tratti inquietante - con particolare attenzione ai dettagli presenti all’interno.
L’intera area diventa patrimonio dell’UNESCO dal 1997, e 5 anni fa un gruppo di cittadini decide di occupare il complesso per evitarne la vendita in quanto considerato bene comune. Da allora ci sono diverse versioni riguardanti questo posto. Di voce in voce, le storie mi hanno portato a voler scoprire qualcosa di più. Ero curiosa di scoprire come sarei riuscita ad affrontare l’argomento senza essere influenzata dall’opinione comune, ma soprattutto a come sarei riuscita ad allontanarmi dal mio linguaggio solitamente descrittivo per abbracciarne uno più metaforico.
O sei matto o sei morto intreccia simboli presenti all’interno di quest’area con la presenza umana a tratti indecifrabile, e una riflessione su uno spazio ambiguo, quasi surreale.
La prima volta che vi sono passata davanti era sera, e c’era un funambolo che camminava su di una corda legata a due estremità dell’edificio, e a un certo punto l’ho visto cadere. Mi sono spaventata ma la prontezza con cui si è risollevato aggrappandosi alla corda di protezione, mi ha stupita. Da allora sono rimasta affascinata e ho cominciato a piccoli passi a frequentare l’esterno, provando una sensazione a metà fra la paura e la voglia di scoprire, dettata anche dalle voci poco rassicuranti che giravano in quel periodo, fatte di accoltellamenti e incendi. Pian piano ho iniziato a fotografare qualsiasi cosa che mi colpisse per restituirne in immagini l’atmosfera. Mi sembrava che quel funambolo fosse il simbolo della storia di questo posto, in perenne bilico sul destino che avrebbe avuto in futuro. Quel funambolo ora più che mai è simbolo della rinascita della Cavallerizza in quanto pochi mesi fa è stato dichiarato che diventerà un hub culturale di respiro internazionale, fatta di ambienti dedicati alla formazione e al lavoro, con laboratori, uffici, sale per conferenze e seminari.
Allora vivevo ancora a Torino e quindi ogni giorno passavo del tempo con le persone che quotidianamente lo frequentavano, persone dalle storie anche difficili. Con alcuni ho parlato poco, con altre invece c’è stato modo di condividere dei momenti anche al di fuori del progetto, come Laglyon, che ha il sogno di diventare un trapper, e Iaiowsky, un ragazzo che realizza installazioni con vernice sensibile ai raggi uv.
Come in un mio progetto precedente La somma, anche O sei matto o sei morto è in bianco e nero, per evitare di confondere troppo lo sguardo cosa che sarebbe successa con l’utilizzo del colore. Lavorando all’interno degli spazi, all’esterno ne cortile e nei giardini, le mie immagini mostrano segni, scorci tagliati dalle ombre, creazioni enigmatiche e personaggi insoliti.





















